Intervista alla fotografa Giusy Grande: “Nei miei scatti materia e luce si...

Intervista alla fotografa Giusy Grande: “Nei miei scatti materia e luce si fondono, il corporeo e l’evanescente”

1788
0
SHARE
La fotografa Giusy Grande. (Vision 1, 2013)
(Lux, 2014)

Chi è Giusy Grande? Una fotografa capace di affascinare, attraverso scatti corporei e al contempo evanescenti, il nostro intelletto; capace di ammaliare la coscienza dormiente di chi resta vincolato per troppo tempo a una realtà artificiosa, e di condurla a una sensibilità estetica spesse volte dimenticata.

La voglia di sperimentare è alla base del suo lavoro, così come un’innata spontaneità nel relazionarsi con l’ambiente, a cui dona la giusta sensibilità artistica, e con se stessa. Le sue opere rispecchiano le qualità personali: profondità dell’animo, energia, bellezza, grazia ed eleganza. Un insieme di elementi che portano a un equilibrio perfetto: i suoi scatti abbattono i vincoli del reale, fondendosi in una dimensione immaginifica; mostrano la materia attraverso una luce diversa, fugace; seducono gli occhi del cuore e della mente, legando eternamente nei pensieri l’astratto al mondo sensibile.

Chi è, allora, Giusy Grande? Un’artista che attraverso i suoi scatti sa vedere al di là della parvenza delle cose, che sa percepire e amare ciò che nel mondo spesse volte non viene percepito e amato, che sa mostrare e incantare, emozionare e conquistare, vivere e far vivere.

 

(Vision 2013).

Giusy Grande è nata ad Avola nel 1988, dove vive e lavora da freelance. Si definisce un’artista “poliedrica”: si occupa principalmente di fotografia, ma anche di grafica, disegno, pittura, scenografia e direzione creativa. Ha frequentato l’Accademia di belle arti, conseguendo la laurea in Scenografia con il massimo dei voti. Ha esposto per la prima volta nel 2010 a Noto, successivamente ad Avola e tre volte a Milano. Le sue fotografie sono state pubblicate in diversi magazine italiani e stranieri, tra quali: Sabat Magazine, Anormalmag, Artwort Magazine, Artabout e alcune selezionate da Vogue Italia. Alcune sue opere fanno parte di collezioni private.

 

Da dove deriva la tua passione per la fotografia? C’è qualcosa, un episodio chiave, che ti ha influenzato e portato a prendere la decisione di dedicarti alla fotografia?

(Silence, 2012).

Fin da bambina ho sentito il bisogno di esprimermi attraverso differenti mezzi creativi. Sono passata dalle matite colorate agli acquerelli, poi gli acrilici, prima sui muri di casa e poi sui fogli di carta. Per molto tempo ho messo da parte la mia creatività, soprattutto durante gli studi classici che hanno paralizzato il mio emisfero destro almeno fino al diploma; subito dopo sono esplosa e ho ricominciato a disegnare. Sentivo un fortissimo bisogno di creare, ma la matita e i colori non mi bastavano più, erano diventati limitanti. La mia mente continuava a sfornare immagini sempre più complesse, erano così tante che non riuscivo a gestirle. Il mezzo creativo di cui disponevo non era più adatto, dovevo trovarne un altro per esternarle, renderle visibili. Così arrivò lei, la fotografia. Arrivò con una piccola fotocamera bridge, era una Fujifilm, che avevo già a casa e che prima di allora non avevo mai considerato. Iniziarono così le mie prime sperimentazioni fotografiche.

 

Hai qualche artista che ammiri, che ti ispira particolarmente e al quale ti piacerebbe “rubare” qualche qualità che possiede?

(Untitled 2013).

Ammiro diversi artisti, fotografi e non, ma non mi piacerebbe “rubare” le loro qualità. Sarebbe impossibile. Una qualità non può essere “rubata”, in quanto caratteristica dell’individuo, che lo differenzia da tutti gli altri esseri.

 

Che macchina fotografica usi di più oggi, e perché?

Utilizzo una Canon EOS 60d. Qualche anno fa avrei risposto a questa domanda con almeno una decina di righe. Oggi ti rispondo così: basta che scatta!

 

Nel tuo lavoro regna la casualità o si nasconde una forte consapevolezza che si manifesta in un grande controllo del processo creativo, a cominciare dalla fase progettuale?

Non credo si possa parlare di casualità, e neanche di una forte consapevolezza, visto che il mio processo creativo non esclude il conscio ma solitamente è guidato dall’inconscio. Eviterei di addentrarmi nei particolari, ma credo sia un lavoro di squadra tra le due.

 

C’è una condizione che reputi fondamentale per i tuoi shooting? Luce, location, colore… Che valenza assume questo o quell’altro elemento nel tuo lavoro?

La fotografia, come dice la stessa parola, è una scrittura di luce

(Absorbed, 2014).

. Quest’ultima è in assoluto l’elemento fondante, quindi è creativa (crea dal nulla), ma con le giuste conoscenze e aggiungerei “sensibilità”, dona “profondità” all’immagine. Per me è essenziale. Prediligo la luce naturale.

Un altro elemento importante è la location. Ho una passione smisurata per i palazzi antichi, per i luoghi abbandonati e per la natura (in particolare i boschi). Si prestano come scenografie perfette, anche se a volte preferisco crearle da me, realizzando a mano elementi vari.

 

Su cosa ti stai concentrando in questo periodo? Vuoi dirci qualcosa in anteprima dei tuoi prossimi progetti?

I progetti sono diversi, tra questi un possibile laboratorio sull’autoritratto guidato, per creare il proprio viaggio interiore, traducendolo in immagini e raccogliendole in un taccuino fatto a mano. Vi invito a seguire le mie attività e a tenervi aggiornati sulla mia pagina Facebook “Giusy Grande Fotografie”.

 

Di solito l’artista lavora prima di tutto in virtù di un’esigenza interiore, a volte intenzionalmente senza alcuna considerazione per il pubblico, ma seguendo soltanto una propria necessità espressiva. Per te la fotografia è un interesse più che un modo per comunicare?

(La porta, 2012).

In breve, la fotografia è comunicare con me stessa, prima di tutto. Sicuramente è un’esigenza interiore, un bisogno direi primario, come mangiare o andare al bagno. Il comunicare con me stessa avviene sia nel momento dello scatto, soprattutto negli autoritratti, che dopo. Spesso è un modo per portare fuori qualcosa di invisibile, almeno, fino a quel momento. L’arte in genere, mi ha sempre aiutata a riprendere le redini del mio corpo e della mia mente. Con la fotografia è nato l’amore per me stessa, la volontà di osservare e capire, di migliorarmi, evolvermi spiritualmente. Sono convinta che per avvicinarci alla nostra “sostanza” dobbiamo servirci di un mezzo che possa liberare questa “sostanza”. Non sto parlando di una macchina o di una scopa (anche se a volte l’atto del pulire, se fatto bene, potrebbe aiutare a purificare e ad ideare), ma di un mezzo CREATIVO, qualsiasi esso sia, che possa permetterci di esternare noi stessi e saziare un bisogno innato. Creare appunto. La fotografia è un mezzo espressivo per curarmi, ogni volta che ne sento il bisogno.

 

Cosa stimola in particolar modo il tuo processo creativo? Vai alla ricerca dell’ispirazione o aspetti che sia essa a raggiungerti?

Nei lavori personali aspetto che sia lei a raggiungermi, anche perché in questo modo gli scatti avra

(Untitled 2013).

nno una maggiore energia. Per quanto riguarda i lavori commissionati, capita di ricercarla; non ho altra scelta in quanto ci sono tempi e modalità da rispettare.

 

Parliamo dei tuoi scatti. Se dovessi definirli a un profano della fotografia, cosa diresti?

Carissimo profano della fotografia, non sono una fotografa, semplicemente, faccio quello che fa un pittore surrealista ma senza pennello. Potrei definirli intimisti. Pensandoci bene, non amo darmi delle definizioni precise in quanto il mio animo è mutevole e posso vivere tutte le stagioni in un mese…

 

Il soggetto ricorrente di alcuni tuoi scatti… sei te stessa, il tuo corpo, i tuoi pensieri, i tuoi sogni. Prediligi l’autoritratto?

(Experiments, 2013).

Decisamente. L’autoritratto mi consente di trasformare in immagini “reali” le immagini “mentali”, quelle che nascono nella notte e incessanti si presentano tra i miei sogni, quelle rinchiuse nell’inconscio, le “fantasticherie” che esplodono in silenzio davanti ad una compagna di viaggi infiniti, sempre presente con il suo “occhio meccanico” che fissa, spia e sbircia i miei più oscuri pensieri. Una cosa che amo particolarmente è la “lunga esposizione” che consente, come diceva Anton Giulio Bragaglia, padre del “Fotodinamismo”, di riprodurre tutto ciò che l’occhio umano non può percepire, tutto ciò che non è “reale”, dando così estremo risalto al gesto, caricandolo di energia. Un singolo scatto che racconta il tempo che si accumula. Mi lascio completamente assorbire, come luce, dall’ “oculus” meccanico. I movimenti, i piccoli gesti lasciano scie che si fondono con le sensazioni appaganti che mi avvolgono durante l’atto del “fotografarmi”. Materia e luce si fondono, il corporeo e l’evanescente. Corpo e Anima.

Giuseppe Gallato

Nessun commento

Lascia un commento