Irene Galfo: “Finché c’è scrittura c’è vita, e comunque ad ogni modo...

Irene Galfo: “Finché c’è scrittura c’è vita, e comunque ad ogni modo c’è, tu vivi”

1189
0
SHARE
Momento delle dediche con studenti al Monastero dei Benedettini, Aula Magna.
Irene Galfo, storica della filosofia.
Irene Galfo, storica della filosofia.

Giorno 24 Febbraio al Monastero dei Benedettini ho assistito assieme ad una miriade di “chicchi di melograno”ad una lezione magistrale su: “Cosa resta del desiderio?” dello psicoanalista lacaniano Massimo Recalcati. Benché abbia letto, a scopo di aggiornamento, diversi suoi libri è sempre una bella avventura dell’udito sentirlo mentre spiega Lacan in un modo così chiaro da costituire un terreno particolarmente accessibile a tutti.

In particolare credo sia importante sottolineare che il desiderio (inconscio) come l’ha inteso Lacan, psichiatra, filosofo e allo stesso tempo pensiero che rivoluziona Freud, come spiega bene Recalcati specialmente per le teorie sull’inconscio “aperto” all’avvenire e non solo rivolto al passato, a ciò che è stato, all’archeologia del vissuto, è qualcosa che ha a che fare con la “vocazione” di ognuno, il desiderio cioè è la nostra vocazione, il nostro “talento”. Che cosa ne abbiamo fatto di questo talento? Lo coltiviamo? Lo condividiamo? Quando si silenzia in noi, e per così dire, viene meno, secondo la psicoanalisi esso tornerà nuovamente sottoforma di “sintomo”. Esiste infatti una sola colpa per la psicoanalisi lacaniana e cioè “cedere sul proprio desiderio”, lasciarlo andare, non volerne più sapere, tale via apre il sentiero al “rimosso”, spazio privilegiato per l’emergere del sintomo nella malattia. Il discorso capitalistico nella sua astuzia, ha sfruttato molto bene questa dimensione del desiderio umano creando in modo stereotipato e continuo oggetti che sono serviti e continuano a rispondere a bisogni effimeri che promettono una felicità vuota, falsa. Tale illusione del soddisfacimento mira piuttosto a creare assieme agli oggetti soggetti insoddisfatti e infelici bisognosi di colmare il nulla nichilistico che ha lasciato l’oggetto consumato. Lo sapeva bene Marx e i suoi allievi, passati e contemporanei. Se vogliamo, aggiungerei io, ciò corrisponde anche al comportamento del “sessualmente promiscuo” che fa sua l’abominevole logica del “poliamore”. “Poliamore” però sarebbe soltanto un eufemismo per razionalizzare e dunque dare una consistenza, una certa regolarità alle pratiche dei nuovi seguaci di “bibbie alternative” alla “Città del Sole”campanelliana  per intenderci, dove tra le altre attività si pratica l’orripilante “comunismo delle donne”. In sintesi ciò sarebbe un’applicazione letterale dell’agostiniano “fai quel che vuoi”, senza amare però. Con ciò biasimo e non biasimo le pratica dei nuovi “fedeli”, ma che non diventi legge un’illusione di felicità.

Così, spiega Recalcati, Don Giovanni si rivolge sempre ad una nuova “preda” e l’isterica, corrispettivo femminile del Don Giovanni, è perennemente insoddisfatta di qualunque uomo, di qualsiasi libro, di ogni abito, di tutti i maestri. Questi temi costituiscono alcuni dei soggetti della clinica dell’”antiamore” che si nutre di un “godimento mortifero ed illimitato”, e ad essi si aggiungono i nuovi sintomi legati alla scarsa o eccessiva nutrizione, anoressia e bulimia, al culto maniacale del corpo, alla sua “religione” e così via.

Un’immagine che ha citato Recalcati all’inizio della lezione è stata quella del melograno, per far riferimento alla gioia della sua paternità, al “miracolo della forma”, immagine molto cara per il simbolismo che riveste nella mente. Molti di voi conosceranno la “Madonna della melagrana” di Sandro Botticelli del 1487, conservata alla galleria degli Uffizi di Firenze e il significato di abbondanza e fertilità che si lega a questo simbolo del frutto di melograno. Noi, infatti, non ci nutriamo solo di pane, ci nutriamo di segni, simboli, le nostre sono “menti simboliche”, per citare un bel libro di “Mazzone”.  Inoltre i chicchi di melograno per gli spiriti cristiani simboleggiano l’unione, la comunità dei fratelli. In filosofia questa immagine potrebbe essere associarsi all’idea del soggetto collettivo che agisce “idealisticamente” nella storia e dunque all’atto del “clinamen” sulla pioggia verticale di singoli atomi al fine di unirli. La filosofia “unisce”, o almeno questo dovrebbe fare. Lo sapeva bene Platone che nel Simposio fa dialogare su Eros i commensali, l’Eros che anima, infiamma, unisce e rende “unici” gli amanti tanto che nel mito degli androgini la furia di Zeus aveva spezzato le “mele” (l’amante intero) in due metà, fatte poi spazzare via dal turbine per la gelosia che la tracotanza di questo “pieno” aveva suscitato. Se gli amanti sono “fortunati” “sfortunati” si incontreranno nuovamente, smetteranno di mangiare e bere per la smania di stare assieme, abbracciati, convertendo in questo modo l’Eros in Tanathos. Ma al di là di questa parentesi sul Simposio, dalla quale si fanno peraltro derivare anche concezioni e creazioni di nuovi generi, torniamo a Recalcati. Prima però citiamo l’insegnamento più importante che traiamo direttamente dal dialogo platonico, Socrate:  “Ogni uomo ha l’obbligo di onorare Eros: io stesso onoro e coltivo in modo speciale le cose dell’amore e vi esorto a fare lo stesso; ora e per sempre, per quanto è in me, loderò la potenza e il coraggio di Eros”.

Altro tema della lezione è stato quello sul femminicidio, delle donne e gli uomini alla mercé della violenza.

Occorre ricordare che un uomo non deve temere la tenerezza, anzi può palesarla liberamente con il corollario di gentilezze, attenzioni e cure che lo rendono davvero grande e lo stesso valga per la donna animata da atteggiamenti sadici.

Durante la lezione Recalcati ha fatto anche importanti riferimenti alle tragedie sofoclee di Edipo ed Antigone, a come nel caso di quest’ultima due leggi si scontrino e prevalga la scelta determinata e consapevole del desiderio (senza via d’uscita) e nella tragedia di Edipo, inconsapevole delle colpe compiute, si tracci il destino già preliminarmente segnato.

Non mi dilungo ulteriormente , altrimenti faccio un torto al Kant del 1784 e alla sua bella risposta alla domanda su “Che cos’è l’Illuminismo”?

Concludo con una bella citazione di Nietzsche per esorcizzare, scherzando, la paura controproducente che si instaura nei rapporti lavorativi tra uomini e donne, sperando di non essere fraintesa:  “quando la donna ha virtù virili, c’è da scappare; e se non ha alcuna virtù virile, è lei stesa a scappare”.

In amore vince chi resta.

Irene Galfo

Nessun commento

Lascia un commento