
“Non vogliamo soldi, vogliamo giustizia”, le parti civili dell’Acqua salata rifiutano per due volte le proposte di indennizzo di Gennuso
“Non vogliamo soldi. Vogliamo giustizia”. È questo il messaggio fermo e inequivocabile che arriva dalle parti civili del processo “Acqua Salata”, che hanno rifiutato per due volte le proposte di indennizzo avanzate dalla difesa di Giuseppe Gennuso, ex deputato regionale, condannato in primo grado a 5 anni e 6 mesi per la presunta contaminazione della rete idrica che ha servito le contrade Granelli, Chiappa e Costa Ambra.
Il processo d’appello, avviato il 27 marzo 2025, riprenderà il 12 febbraio prossimo. La difesa -rappresentata dagli avvocati Maria Donata Licata e Pietro Nicola Granata- ha richiesto una nuova perizia tecnica per accertare l’eventuale collegamento tra il pozzo di contrada Chiappa, riconducibile alla famiglia Gennuso, e la rete idrica comunale. Secondo la sentenza di primo grado, tale collegamento avrebbe causato una commistione tra acqua potabile e acqua contaminata, con rischi per la salute pubblica.
Ma mentre la Corte valuta se riaprire l’istruttoria, fuori dall’aula si consuma un confronto acceso tra chi auspica una definizione conciliativa e chi, invece, rivendica l’accertamento pieno delle responsabilità.
Tra le voci delle parti civili, quella di Concetta Di Mari -affiancata dal nipote Alessandro Frasca, erede e gestore dei beni familiari- si distingue per determinazione: “Abbiamo subito un danno che ha inciso sulla nostra quotidianità e sulla nostra fiducia nelle istituzioni. Non possiamo accettare che tutto si risolva con un’offerta economica. È una questione di principio”.
E aggiungono: “Da parte nostra faremo di tutto per andare fino in fondo alla vicenda “Acqua salata” e non intendiamo accettare nessun indennizzo anche se di per sé avrebbe voluto significare una ammissione di colpa. E non lo facciamo per spirito di vendetta, ma perché riteniamo che la verità debba emergere fino in fondo. Se qualcuno ha avuto responsabilità nella gestione dell’acqua che abbiamo bevuto, è giusto che risponda davanti alla legge senza cercare sconti di pena”.
Alcuni esponenti delle parti civili sono nel frattempo deceduti ma chi è rimasto non intende indietreggiare: “Ci era stata promessa acqua potabile. Abbiamo pagato bollette salate per un servizio che, secondo quanto emerso in primo grado, potrebbe essere stato compromesso. È una questione di dignità, non di denaro”.
Il 12 febbraio la Corte d’Appello deciderà se disporre una nuova perizia. Ma per le parti civili, la direzione è chiara: “Il processo deve andare avanti. Non ci fermeremo sicuri che non finirà con una prescrizione”.
Nella foto in evidenza: Giuseppe Gennuso, Concetta Di Mari e Alessandro Frasca.







