La biblioteca pubblica: ci abbiamo rinunciato?

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Una delle cose più apprezzabili del nostro tempo è la facilità con cui ci è possibile conoscere realtà diverse dalla nostra. Capita, così, di scoprire che “qualcosa” che fino ad allora avevamo pensato potesse avere solo quella forma o funzione in altri posti assume forme e funzioni differenti. La biblioteca pubblica, ad esempio.

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La biblioteca di pubblica lettura, quella volgarmente chiamata “civica” o “comunale”, è un’istituzione nata nel XIX secolo e rispecchia una certa idea della costruzione dello Stato nazionale e della democrazia. In Italia, tuttavia, non è mai diventata un servizio indispensabile. Spesso le sue funzioni vengono confuse con quelle della biblioteca di conservazione ma le due tipologie hanno finalità opposte. Infatti, seppure entrambe garantiscono la trasmissione del sapere, la biblioteca di conservazione ha come fine quello di preservare l’integrità dei supporti, ovvero i libri. Per le biblioteche di pubblica lettura, invece, il fine consiste nella “distruzione” del libro, laddove tale distruzione avvenga per l’uso intenso che ne viene fatto dagli utenti. Se una biblioteca ottiene questo risultato può affermare di avere ben speso il proprio capitale.
Tuttavia la biblioteca di pubblica lettura non è fatta solo di libri. La letteratura professionale degli ultimi anni, infatti, insiste sull’immagine della biblioteca pubblica come “piazza del sapere”.
Non è un caso che quello bibliotecario, in Italia, sia ancora considerato un servizio “culturale” mentre nei paesi anglosassoni e scandinavi ha assunto la connotazione di un vero e proprio servizio sociale dove, oltre alla disponibilità di libri, di tecnologie avanzate e di spazi per lo studio, sono offerti programmi di attività che mirano alla formazione e al potenziamento delle abilità personali lungo tutto l’arco della vita e a istruire a un accesso sempre più consapevole alle informazioni; un fattore che oggi, in tutto il mondo, rappresenta il vero discrimine fra inclusione ed esclusione sociale.
Negli Stati Uniti, ad esempio, dove la tradizione delle public libraries è molto forte, nelle biblioteche si registrano lunghe code di disoccupati che aspettano il loro turno per consultare offerte di lavoro o compilare moduli della Pubblica Amministrazione in una delle tante postazioni pc, spesso aiutati da personale qualificato e da volontari.
Allestire servizi del genere sarà sempre più necessario anche in Italia e soprattutto nel Mezzogiorno.
Sempre più servizi, infatti, (dai moduli della Pubblica Amministrazione a quelli degli Istituti Scolastici) prevedono l’utilizzo di un personal computer con un accesso ad internet.
Negli ultimi anni “informatizzazione” è diventata una sorta di parola d’ordine. Eppure nel rapporto “Cittadini e nuove tecnologie”, del 2014, l’Istat fa notare che i dati sul possesso di un personal computer o di un accesso internet, seppure in larga crescita, non riguardano ancora la totalità dei cittadini ed evidenziano delle larghe disparità tra le classi sociali e le fasce di età.
Inoltre, le statistiche dell’indagine “Piaac” (Programme for the International Assessment of Adult Competencies) evidenziano i limiti dell’istruzione italiana, e assegnano all’Italia il primato negativo in Europa per il cosiddetto “analfabetismo di ritorno”.
Questi dati statistici dimostrano quanto sia importante il ruolo delle biblioteche nel creare quelle cosiddette “infrastrutture intangibili” di cui ha bisogno una società per funzionare. Non si può pretendere di creare “programmi culturali” senza considerare che “la cultura ha bisogno di una società che pensa e che ama pensare”.
Un ultimo aspetto riguarda l’annoso problema del riconoscimento dei professionisti del settore dei Beni Culturali: biblioteche senza bibliotecari professionalmente consapevoli, riconosciuti e trattati come tali, non sono biblioteche.
Una biblioteca è fatta del suo personale molto prima che delle sue collezioni.
Conosciamo tutti la drammatica situazione dei bilanci delle amministrazioni comunali, nonostante ciò si dovrebbe tentare ugualmente una politica sostenibile a favore di biblioteche pubbliche che siano un servizio per tutte le fasce d’età e soddisfino i diversi interessi. Il blocco del turn over è un ostacolo superabile facendo ricorso a collaborazioni ed esternalizzazioni, così come la scarsità di fondi può essere risolta con sponsorizzazioni e campagne di fund raising, così come avviene in altre realtà italiane.
Per essere all’altezza delle presenti sfide, ci ricorda Edgar Morin, il compito è di coniugare ciò che la crisi attuale ci ha fatto credere separati: il rigore dei bilanci e gli investimenti nelle conoscenze, nella cultura, nella formazione. Saremo in grado di farlo? Almeno proviamoci.

Salvatore Leopaldi

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