L’intervista a Franz Di Cioccio, l’anima della Pfm: “Ci vediamo presto a Rosolini”

L’intervista a Franz Di Cioccio, l’anima della Pfm: “Ci vediamo presto a Rosolini”

 

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“Siamo stati invitati a Rosolini. Non essendoci mai stati prima, ci veniamo volentieri così ci vediamo!” – a dircelo,  è Franz Di Cioccio, anima della PFM, batterista della Premiata Forneria Marconi, la band più celebre del progressive italiano, formatasi negli anni Settanta, e l’unica a ottenere successo in ambito internazionale, soprattutto negli Stati Uniti.

Sono i rari alfieri del progressive rock in Italia e all’estero che il 6 agosto, alle 22.00, “infuocheranno” letteralmente il palco di Piazza Garibaldi.

Franz Di Cioccio e compagni sono tornati sui palchi d’Italia con il Tour Pfm 1972-2023, prodotto da D&D Concerti. Tra le tappe anche la nostra Rosolini, con il concerto che è diventato la data più attesa dell’estate rosolinese. “Si, quest’anno passiamo da voi – ci dice in una intervista telefonica Franz Di Cioccio-, così ci vediamo, vis à vis, e vi facciamo ascoltare la nostra musica dal vivo che non è come ascoltarla in un disco”.

Passano gli anni, ma la PFM, che con il suo rock conquistò anche l’America, resta un gruppo che dal vivo ha davvero pochi rivali. 6000 concerti all’attivo in 51 anni di carriera, concerti impareggiabili in giro per il mondo, addirittura al cospetto della Regina Madre, nel 1974, in Inghilterra.

Con Franz Di Ciccio ci siamo abbandonati ad una brevissima intervista, in attesa del loro arrivo a Rosolini. In zona ci sono già stati, ma di Rosolini no, non ne avevano mai sentito parlare.

 




 

 

  • Franz, nella vostra lunghissima carriera quale è stata la collaborazione che vi ha dato più soddisfazione?

“Sicuramente il lavoro fatto con Fabrizio (De Andrè). Con lui abbiamo realizzato un disco meraviglioso, uno dei più belli in assoluto perché abbiamo fatto coincidere la sua capacità di poeta – con dei brani assolutamente irraggiungibili – e la nostra capacità arrangiativa e musicale per creare intorno a questi brani poetici una musicalità che poi ti rimane dentro, perché la canzone ti prende, ti colpisce. Questa è una delle cose più belle della nostra carriera, Fabrizio e la nostra musica erano quasi come quando prepari dei piatti e indovini esattamente tutte le portate. La sua voce era incredibile, la sua poesia anche, la nostra musica ha fatto il resto, creando dei capolavori assoluti.

  • Come avete visto cambiare la musica negli anni? E qual è oggi il vostro rapporto con le nuove tecnologie sul palco?

Noi abbiamo sempre lavorato tanto sulla capacità di interagire con il pubblico che ti viene a vedere, suonando davvero dal vivo, senza trucchi, con in mano solo i nostri strumenti e il nostro talento, frutto di una formazione tecnica e musicale molto forte. Questa forza arriva al pubblico e il pubblico reagisce. Con questa cosa ci siamo sempre guadagnati il rispetto del pubblico, perché tutti sanno che la Pfm non fa mai una canzone uguale all’altra, non fa le cose in playback e soprattutto fa tutto, rigorosamente, al dente. Come la pasta, perché non si può “riscaldare” una canzone. La gente sa che può contare su un rapporto artista – ascoltatore che è molto particolare.

 

 

  • Quando nasce la Pfm erano gli anni 70, un momento storico in cui il rock internazionale era qualitativamente altissimo. Com’è stato per voi, italiani, muovervi in un contesto internazionale in cui spiccavano i Rolling Stones o i Pink Floyd ad esempio…

Visto che il rock internazionale era altissimo, ci siamo detti: noi siamo italiani e non dobbiamo perdere questo treno. Quindi, mettiamoci a lavorare. Così abbiamo cercato di trovare una nostra chiave di lettura e siamo arrivati fin qui. Andando all’estero abbiamo imparato tante cose. Imparato, non copiato. Tra i ricordi più belli ricordo quando ci siamo esibiti, nel 1974, al Charlotte Speedy Way Festival. A chiudere quel concerto erano gli Allman Brothers, ad aprirlo erano gli Emerson, Lake & Palmer, in mezzo c’eravamo noi, non so se rendo l’idea. Fu una bomba quel festival, la gente impazzì. Quando vedi un grande artista, come è capitato a noi tante volte nella nostra carriera, impari tante cose, impari come stare sul palco. Questo viaggiare intorno al mondo ci ha portato ad essere preparati a qualsiasi cosa possa accadere tra noi e il pubblico.

  • In 51 anni di carriera, avete mai avuto un momento di crisi? E cosa è accaduto nel decennio di silenzio?

Anche nel decennio di silenzio non ci siamo mai sciolti, né abbiamo mai avuto momenti di crisi ma semplicemente perché non ci siamo mai annoiati. Abbiamo girato l’America, per 8 mesi di concerti, abbiamo girato il mondo. Tutte esperienze che ci hanno rinforzato anche perché non abbiamo mai avuto paura. La paura non esiste, la paura è di chi non ha la forza di osare. Noi abbiamo sempre osato, anche perché avevamo un obiettivo comune che era quello di arrivare ad avere chiavi artistiche molto interessanti.  In quel decennio cosa è accaduto? Che abbiamo cominciato a scrivere cose nuove, abbiamo cominciato a guardare da un altro punto di vista e fatto dischi importanti.

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  •  Vi sentiti un po’ sradicati dall’attuale panorama musicale? Cosa ne pensate dei nuovi artisti emergenti?

No, non ci sentiamo sradicati. Ognuno fa la sua parte nella sua età. A noi piace suonare la nostra musica e, come detto, suoniamo “al dente”. Sempre dal vivo, non c’è mai nulla di registrato prima, seguire la stessa linea per ogni concerto, o una rigida scaletta, non rientra nel nostro Dna. Il pubblico lo sa, sa che viene sempre fuori una magia, perché magari sono convinti di venire ad ascoltare un pezzo, come Impressioni di Settembre,e finiscono per ascoltare molto più di quello che si aspettano. È questa la nostra forza. C’è chi ama fare questo lavoro nel modo che si usa oggi, ma il nostro è quello di essere assolutamente liberi di creare di fronte al pubblico e far sentire il pubblico libero di gioire, di emozionarsi. Spesso e volentieri facciamo brani che la gente non conosce, perché magari li abbiamo appena creati, e non dobbiamo per forza fare un disco per creare musica nuova. La creiamo dal vivo e la gente si emoziona.

  • Prima hai fatto riferimento al Charlotte Speedy Way Festival, c’è un altro ricordo forte, della vostra carriera, che vi emoziona ancora?

Quando ci siamo esibiti al Madison Square Garden e abbiamo suonato davanti alla Regina Madre. Era venuta a inaugurare una sala, ha sentito noi che suonavamo e si è fermata ad ascoltare. È stata una emozione grandissima. Abbiamo una bellissima foto, noi e la Regina Madre. Una cosa che è accaduta così, che non abbiamo cercato.

 Ma noi non abbiamo mai cercato nulla se non emozionare chi ci ascolta, perché le emozioni le ricordi per sempre, le ricordi anche dopo 51 anni. Siamo felici di venire a conoscere Rosolini e di emozionare anche voi, vedrete che ascolterete cose diverse! Ci vediamo presto!

 

E.O

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