Alessandro D’Avenia a Pozzallo. Centinaia di giovani in platea per il suo ultimo libro “Ciò che inferno non è”

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Chi è Alessandro D’Avenia? È uno scrittore, di origini palermitane, che è riuscito ad appassionare migliaia di ragazzi e ragazze, quelli che, sembra , non “avrebbero” più voglia né tempo di leggere; quando, però, un libro è scritto da D’Avenia le cose cambiano e li vedi catapultarsi, da voraci lettori, all’interno delle librerie.
Sabato 18 Aprile, a Pozzallo presso il Cinema Giardino, lo scrittore ha incontrato gli studenti dell’Istituto di Istruzione Superiore ’’Giorgio La Pira’’. L’evento è stato organizzato dalla Libreria Mondadori di Modica, nell’ambito dell’iniziativa nazionale “Io leggo perché”, promossa dall’Associazione Italiana Editori per incentivare chi legge poco o chi non legge (purtroppo ben più della metà degli italiani).
Il suo romanzo d’esordio “Bianca come il latte, rossa come il sangue” uscito nel 2010, diventa rapidamente un successo internazionale, raggiungendo il milione di copie e diciannove traduzioni nel 2013. Il secondo libro è “Cose che nessuno sa”, pubblicato nel novembre 2011 e tradotto in otto lingue. Adesso è il momento di leggere “Ciò che inferno non è”.
Federico, un ragazzo di diciassette anni, protagonista del romanzo, che porta il nome del sovrano che governò la Sicilia dal 1198 al 1250, incontra “3P”, il Prof di Religione, chiamato così perché il suo nome intero è Padre Pino Puglisi; ed è proprio lui che propone al ragazzo di accompagnarlo a Brancaccio, affinché lo aiuti con i bambini del centro Padre Nostro. In quel preciso istante Federico scopre la vita e scopre anche ciò che inferno non è, come “Lucia” la ragazza di cui si innamorerà.
È lui il ragazzo a cui sarà affidata la cura di quel quartiere malfamato, quando il 15 settembre del 1993, Padre Pino, che quel giorno compiva cinquant’anni, viene ucciso perché “si purtava i picciriddi cu iddu” strappandoli al potere della mafia. Era pericoloso perchè questo “eroe del quotidiano”, aveva la “pazienza dei contadini”, si prendeva cura del seme, vedendone già le possibilità di ciò che sarebbe potuto essere.
“Quando un adolescente cerca di spiegare la propria strada – scrive l’autore- senza rendersene conto porta la mano al cuore, come se intuisse il mistero di sé. È uno dei momenti del mio mestiere di insegnante che amo di più: quando si «accorano», si attorcigliano attorno al proprio cuore per ascoltarlo. Sarà proprio la scoperta di questa unicità, percepita, preservata, ricordata, difesa da chi ci ama a dare senso al quotidiano vivere. Questo ai giovani non può e non deve essere tolto: la bellezza che alberga nell’unicità di ciascuno ha bisogno di ricevere uno spazio, un riconoscimento, per non morire. Questo spazio è la famiglia, questo spazio è la scuola. I ragazzi chiedono ogni giorno questo riconoscimento. Hanno nostalgia di uno sguardo che riconosca la loro unicità, che non giudichi e inscatoli la loro vita prima ancora di averla accettata nel suo straordinario, scomposto, contraddittorio emergere, che è già segno di ricerca. Questo mi chiedono ogni giorno: «Aiutami ad essere me stesso».
Sara Calvo

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