Crisi militare Russia – Ucraina, cosa sta succedendo (di Giuseppe Covato)

Crisi militare Russia – Ucraina, cosa sta succedendo (di Giuseppe Covato)

Crisi miliare Russia – Ucraina. Cosa sta succedendo.

di Giuseppe Covato

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Quanto già accaduto è storia. L’evoluzione della crisi tra Russia e Ucraina è degenerata in un conflitto armato. La data del 24 febbraio 2022 è già una di quelle date da annoverare fra quelle lette sui banchi di scuola. Putin ha, infatti, ordinato l’attacco delle forze armate russe sul territorio ucraino, accerchiato progressivamente nel corso dei mesi scorsi.

Inizialmente per giustificare questo movimento di soldati si era parlato di esercitazioni militari, ma bastava guardare una cartina geografica per capire come un elevato numero di armi, mezzi e uomini al confine rappresentasse una grave minaccia reale per l’Ucraina che – effettivamente – è stata poi attaccata militarmente su più fronti.

La NATO ha rafforzato, e continua a rafforzare, le difese nei Paesi alleati e confinanti mentre Stati Uniti e Unione Europea hanno attivato un pacchetto di sanzioni economiche nei confronti di Mosca.

Per capire meglio la crisi, bisogna però fare un necessario cappello introduttivo. Ucraina, Russia e Bielorussia sono unite da importanti legami. Prima di separarsi in tre stati distinti con il crollo dell’Urss nel 1991, le ‘tre sorelle slave’ sono state unite politicamente per secoli sotto l’impero degli zar e poi nell’Unione Sovietica. Putin ripete spesso che russi e ucraini sono lo stesso popolo. Ma il suo scopo è prima di tutto mantenere l’Ucraina sotto il controllo del Cremlino, mentre la maggioranza degli ucraini guarda invece al modello dell’Europa occidentale.

Nel 2014 la rivolta di piazza Maidan ha portato alla cacciata del presidente filorusso Viktor Yanukovych (condannato a 13 anni di carcere per alto tradimento, recentemente fuggito e, secondo fonti ucraine, attualmente a Minsk in attesa di essere nuovamente posizionato da Putin al vertice dello Stato ucraino, questo il piano del Cremlino), sottraendo il governo di Kiev all’influenza diretta di Mosca.

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È opportuno osservare che il governo rimosso, sebbene filo-russo, era un governo democraticamente eletto. Quello di Zelensky si legittima su un colpo di Stato, orchestrato con la regia ed il sostegno di USA e UE. Putin ha, di conseguenza, reagito con l’invasione e l’annessione della Crimea nel febbraio dello stesso anno. E ha poi alimentato una rivolta armata separatista nella regione di confine del Donbass, dove i ribelli filorussi hanno proclamato due repubbliche autonome a Donetsk e Lugansk che lo stesso Putin ha recentemente riconosciuto.

Ebbene, l’invasione in Ucraina è stata giustificata dalla Russia per ottenere la smilitarizzazione del paese e la protezione della regione del Donbass. “L’invio dell’esercito è stato reso necessario per proteggere le persone che sono state oggetto di bullismo e genocidio da parte del regime di Kiev per otto anni e per assicurare alla giustizia coloro che hanno commesso numerosi crimini sanguinosi contro i civili nelle autoproclamate repubbliche popolari di Donetsk e Lugansk, appena riconosciute dal Cremlino”. Vladimir Putin ha dichiarato di voler “smilitarizzare e denazificare” l’Ucraina. Con il termine “denazificazione” Putin ha fatto esplicito riferimento a quelle formazioni di estrema destra che sono state protagoniste della vita politica del Paese a cominciare dallo scioglimento dell’Unione Sovietica del 1991 e poi ai tempi della rivolta che nel 2014 portò alla fuga del presidente Yanukovich. Si trattava di uomini armati di tutto punto che incendiavano e uccidevano con in testa elmetti tedeschi della Seconda guerra mondiale con tanto di svastica e simboli delle SS.

Addirittura, venne creata una vera e propria divisione SS, la 14° Waffen SS Galicia, che issava in combattimento la bandiera gialla e blu che è oggi quella nazionale ucraina. Ed è proprio con il pretesto, quindi, di “denazificare” l’Ucraina, ovvero di eliminare dal territorio ucraino i rappresentanti di queste formazioni che Putin ha invaso l’Ucraina.

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In diritto, è ovvio che la Russia ha deliberatamente violato le norme del diritto internazionale, così come che l’Ucraina ha tutto il diritto all’integrità territoriale e alla sua indipendenza politica e territoriale. Il “riconoscimento” da parte della Russia delle repubbliche separatiste di Donetsk e Luhansk, nella regione del Donbass, non cambia queste evidenze, tantomeno la rivendicazione del territorio ucraino da parte della Russia.

Inoltre, la Russia ha commesso un’aggressione nei confronti dell’Ucraina. E quello dell’aggressione è un concetto antico nel diritto internazionale, antecedente la fondazione delle Nazioni Unite.

La guerra è stata dichiarata un’azione illegale fin dal patto Briand-Kellogg del 1928. In tale documento, con il quale fu istituito il Tribunale Militare Internazionale a Norimberga nel 1945, si definisce “la progettazione, la preparazione, lo scatenamento e la continuazione di una guerra di aggressione” come crimini contro la pace.

Infine, le azioni compiute dalla Russia costituiscono una grave violazione dello Statuto delle Nazioni Unite che stabilisce che “i membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato”.

L’articolo 24 dello Statuto dell’ONU attribuisce al Consiglio di Sicurezza la responsabilità primaria del “mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. A tal fine è previsto l’impiego di misure collettive per prevenire e contrastare le minacce alla pace e la repressione degli atti di aggressione. Ma c’è un ostacolo: il Consiglio di Sicurezza (e lo Statuto, più in generale) è stato creato dalle potenze alleate che hanno “vinto” la Seconda guerra mondiale.

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Quando hanno fondato le Nazioni Unite, queste potenze (Cina, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Russia in quanto Stato successore dell’URSS) hanno ricevuto lo status di membri permanenti del Consiglio di Sicurezza (noto come P5) e il potere di veto sulle azioni delle Nazioni. In questo delicato equilibrio, infatti, la Russia ha votato contro la risoluzione del Consiglio di Sicurezza di condanna dell’aggressione militare nei confronti dell’Ucraina. Essendo membro permanente, il voto russo costituisce un veto alla mozione che quindi non è stata approvata.

Esiste però una riserva: il Consiglio di Sicurezza potrebbe segnalare la Russia alla Corte Internazionale di Giustizia come un non membro e quindi aprire al procedimento. Ma anche questa strada è bloccata dal fatto che la Russia può porre il veto su questa azione in quanto è un membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Tuttavia, la Corte Internazionale di Giustizia, terrà un’udienza pubblica sulle accuse di genocidio nella guerra in Ucraina. Udienze sono previste per il 7 e 8 marzo, come affermato dalla Corte stessa in una nota.

Bisogna però considerare che la materia potrebbe ricadere nella sfera del diritto penale internazionale. Putin ha tecnicamente commesso un crimine di aggressione dando inizio a una guerra illegale, e qualsiasi crimine di guerra commesso dalla Russia sul territorio ucraino ricade sotto la giurisdizione della Corte Penale Internazionale. Tuttavia, Putin non può essere processato davanti alla Corte per aggressione, a causa della ristretta sfera di competenza della Corte medesima.

Infatti, secondo la disciplina in materia di diritto penale internazionale, sia lo Stato aggressore – la Russia – che la vittima – l’Ucraina – devono accettare lo Statuto di Roma che ha fondato la Corte e la sua giurisdizione riguardo l’aggressione stessa. Mentre l’Ucraina ha accettato la giurisdizione della Corte, la Russia non fa parte dello Statuto di Roma in quanto Mosca ha ritirato la firma sul Tratto; quindi, l’aggressione russa non rientra nella sfera di competenza della Corte Penale Internazionale.

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È notizia di pochi giorni fa che il procuratore della Corte penale internazionale, il britannico Karim Khan, ha annunciato immediatamente aperta un’indagine sulla situazione in Ucraina, per presunti crimini di guerra per gli atti commessi in Ucraina dal 21 novembre 2013, avendo ricevuto il via libera da 39 stati parte della Corte penale internazionale.

Proprio a causa del conflitto russo-ucraino il Governo italiano ha varo il c.d. Decreto Ucraina. È stato, infatti, dichiarato lo stato di emergenza fino al prossimo 31 dicembre 2022 per “assicurare soccorso e assistenza alla popolazione ucraina sul territorio nazionale”, nulla a che fare con la pandemia e con le proroghe dello stato di emergenza per l’emergenza sanitaria da Covid-19 che terminerà il 31 marzo 2022. Il Consiglio dei ministri ha, infatti, deciso di aumentare le misure di soccorso e di assistenza nei confronti delle persone che stanno cercando e cercheranno rifugio in Unione Europea nelle vesti di rifugiati.

In questo contesto è stata approvata dal Parlamento una risoluzione i cui  punti principali prevedono di “esigere dalle autorità russe l’immediata cessazione delle operazioni belliche e il ritiro di tutte le forze militari che illegittimamente occupano il suolo ucraino, ripristinando il rispetto della piena sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina” e “sostenere ogni iniziativa multilaterale e bilaterale utile a una de-escalation militare e alla ripresa di un percorso negoziale tra Kiev e Mosca, anche raccogliendo la disponibilità della Santa Sede a svolgere un’opera di mediazione”. Inoltre, “assicurare sostegno e solidarietà al popolo ucraino e alle sue istituzioni attivando, con le modalità più rapide e tempestive, tutte le azioni necessarie a fornire assistenza umanitaria, finanziaria, economica e di qualsiasi altra natura, nonché – tenendo costantemente informato il Parlamento e in modo coordinato con gli altri Paesi europei e alleati – la cessione di apparati e strumenti militari che consentano all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa e di proteggere la sua popolazione”.

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In via definitiva, quindi, il Parlamento ha dato il via libera ad inviare sistemi anticarro e antiaereo, mitragliatrici leggere e pesanti e mortai. Strumenti e mezzi utili in un contesto di conflitto urbano e di resistenza, dove è necessario avere a disposizione armi di facile trasporto e utilizzo.

Questi aiuti si aggiungono a quelli già deliberati da Palazzo Chigi che aveva già dato l’ok a un altro decreto che ha stanziato 174 milioni di euro tra il 2022 e il 2023 per il potenziamento della presenza militare a Est – sempre nell’ambito dei movimenti di supporto militare NATO -, e ha mobilitato 1.350 militari subito fino al 30 settembre, e altri 2.000 per eventuali esigenze di rinforzi o per dare il cambio ai primi soldati. È opportuno ribadire che l’Italia sta mobilitando uomini e mezzi in quanto prende parte alle operazioni dell’Alleanza Atlantica di deterrenza lungo la linea del conflitto per rafforzare il fianco est dell’Alleanza. “I nostri militari saranno impiegati nell’area di responsabilità della Nato, e non c’è alcuna autorizzazione implicita all’attraversamento dei confini. Ciò che invece potrà mettere piede in terra ucraina sono quei mezzi e materiali non letali che il decreto prevede di cedere a titolo gratuito alle autorità governative del Paese sotto attacco” queste le parole del Presidente Draghi durante l’informativa alla Camera dei deputati.

Giuseppe Covato.

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