“Uscire dal tunnel della droga si può”, la storia di Giuseppe Gradante che ha detto “sì” alla vita

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Giuseppe Gradante
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Se avessimo dovuto presentarvelo due anni fa avremmo scritto che lui è Giuseppe Gradante, 30 anni, tossicodipendente da eroina con due arresti alle spalle. Con una buona dose di incredulità invece ve lo presentiamo oggi e vi scriviamo che lui è sempre Giuseppe Gradante, 32 anni, combattivo, solare e soprattutto un “vincente” che non conta più il tempo a “dosi”. Da due anni, grazie alla tenace sorella Rosy, ha scelto di intraprendere il percorso verso una nuova vita nella comunità internazionale “Nuovi Orizzonti” di Chiara Amirante, a Montevarchi. Una tenace sorella alla quale è bastato vedere nei suoi occhi la voglia di cambiare per trovare la forza per aiutarlo. “Ho creduto in lui e insieme abbiamo vinto la nostra piccola battaglia” – dice oggi commossa questa grande donna.

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Oggi l’unica droga da cui Giuseppe è dipendente, è la vita. Lo vedete quel sorriso nella foto? Più che le nostre parole, è quella la testimonianza reale di un giovane che ce l’ha fatta e che adesso vuole gridarlo al mondo affinchè qualcuno possa seguire il suo esempio.

Giuseppe, quando hai cominciato a fare uso di droghe?
Ero piccolissimo, avevo ancora 12 anni circa e cominciai fumando qualche canna con alcuni amici. Dalla marijuana, con il passare degli anni, sono finito alla cocaina e all’eroina. Tutto è cominciato davvero come un gioco e io non solo ero convinto di avere il controllo della situazione ma mi sentivo addirittura un leader.

E invece nei sei diventato dipendente. Presumo che arrivi un momento in cui si diventa consapevoli della propria dipendenza. Tu quando lo sei diventato e cosa ti succedeva?
Io sono diventato consapevole della dipendenza molto tardi, quasi trentenne. Cosa mi succedeva? Mi rendevo conto, in cuor mio, che stavo facendo cose completamente fuori dall’ordinario che normalmente non avrei mai pensato di poter fare.
Ma devo dire, in realtà, che la consapevolezza vera è arrivata quando venni arrestato per la prima volta nel 2013, all’età di 26 anni per l’esattezza, nell’ambito dell’operazione “Genesi”.

La tua famiglia ha sempre cercato di aiutarti. Per i tossicodipendenti però anche gli affetti più cari diventano delle minacce, mentre le cattive influenze sembrano l’unica “protezione”.
Si, la mia famiglia mi è sempre stata molto vicina, ma per me ognuno di loro era un mio nemico perché io ero troppo preso da quello che facevo. Per me erano loro quelli strani, li definivo addirittura “da ricovero”. Invece tra le mie “cattive influenze” (che per me erano le migliori) c’erano anche persone molto adulte, che purtroppo invece che aiutarmi hanno contribuito ad affossarmi ancora di più.

L’immagine più brutta che ti viene in mente quando pensi a com’eri…
Sicuramente il momento del secondo arresto, solo un mese dopo il primo. Sono rimasto coinvolto in un blitz dei carabinieri.

Giuseppe con la sorella Rosy Gradante

Qual è la stata la tua svolta? In quale momento è iniziata la tua voglia di disintossicarti?
La mia voglia di disintossicarmi è iniziata semplicemente quando non ne potevo più e la mia svolta è avvenuta quando ho afferrato la mano di mia sorella, chiedendole aiuto. Come sempre, l’ho trovata tesa verso di me. Così si è subito data da fare contattando un ragazzo che aveva intrapreso un percorso in questa comunità. Ho fatto solo la scelta di fidarmi di chi mi ama e oggi sono qui, a sorridere alla vita!

Alla fine del tuo percorso, tornerai a Rosolini?
Non ho deciso. So che se torno mi tocca fare i conti con i soliti meccanismi, le solite abitudini, il solito lavoro. Questo sarebbe un altro ostacolo, perché le esperienze che ho vissuto mi pesano ancora tanto. Mi piacerebbe invece mettermi alla prova in un paese nuovo, con amicizie nuove, per una vita nuova.

Quando pensi a com’eri e a come sei invece oggi, da schiavo della droga a padrone della vita, ci avresti mai creduto?
No, non lo avrei mai detto. Le forti emozioni che sto provando oggi non le conoscevo. Riesco ad essere soddisfatto e a gioire anche per le piccole cose come apprezzare la mia famiglia e stare bene quando siamo insieme. Cose così piccole ma così incredibilmente grandi da darmi la motivazione giusta per finire questo percorso e guardare al futuro con fiducia.

Un messaggio che lanci ai giovani che rischiano di cominciare e un messaggio che lanci, invece, a chi ancora adesso non riesce ad ammettere il suo stato e non vuole farsi aiutare. Sono tantissimi a Rosolini i giovani e meno giovani che non “afferrano” la mano di chi li ama. Vogliamo dargli un consiglio?
Ho scelto di raccontarmi solo per questo scopo, per diventare testimonianza vera di come si possa cambiare. Ai giovani voglio dire di stare attenti, perché le scelte che si fanno da adolescenti, anche solo per gioco come è stato nel mio caso, rischiano di compromettere una vita intera. Quindi, cari adolescenti, cercate i giusti punti di riferimento, cercate le giuste compagnie e non sottovalutate ciò che vi sembra un gioco. La droga non è mai un gioco.
Per chi invece non riesce o addirittura non vuole uscirne da questo tunnel voglio dire, con il cuore, che non è mai troppo tardi, mai. Basta mettere da parte l’orgoglio, calpestarlo se necessario, per diventare consapevoli di essere malati; e quando si è malati bisogna chiedere aiuto. Non è una vergogna, anzi, è un atto di coraggio. E il solo vero aiuto proviene dalle persone che ci amano: perché non sono (come sembrano) i nostri nemici ma sono quelli che hanno sempre tentato di salvarci e che alla fine, come nel mio caso, ci salvano davvero.

E quindi se ti diciamo nomi come Liliana e Francesco, Rosy, Saro e soprattutto Marzia e Luigi, i tuoi genitori, tua sorella, tuo cognato e i tuoi splendidi nipotini, qual è la prima parola che ti viene in mente?
…Grazie. Mi viene in mente solo “Grazie”. Grazie a loro, oggi, mi drogo solo di vita.

Chi meglio di Giuseppe può testimoniare che vivere è lo sballo più grande che si possa provare; chi meglio di Rosy, la sua tenace sorella, può testimoniare che per la loro salvezza non bisogna mai mollare. Noi ci auguriamo che la sua storia possa essere letta nei pub, nelle periferie, nelle trazzere e nelle case giuste, magari dopo “l’ultima dose” della vita. L’importante è che sia letta; perché Giuseppe vi tende la mano, Rosy anche, e con loro, in questa battaglia, ci siamo anche noi.

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